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Post Taggati ‘george’

Occhi senza volto di George Franju

23 Aprile 2008 Commenti chiusi

Il medico Génessier (Pierre Brasseur) insieme alla sua assistente Louise (una Alida Valli glaciale e fragile allo stesso tempo) rapiscono e uccidono delle giovani ragazze, tutte bionde e con gli occhi azzurri, per ricostruire il volto sfigurato della figlia di lui, Christiane (Edith Scob), data per morta ma in realtà segregata nella villa di famiglia.

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Grindhouse. Planet terror di Robert Rodriguez

2 Ottobre 2007 7 commenti

La storia di Planet Terror la conosciamo già tutti da tempo: una storia di zombies dove l’eroina ha una mitragliatrice al posto di una gamba. È inutile andarlo a vedere se in un film del terrore si cercano oltre al sangue, gli spaventi e l’azione anche qualcosa di più profondo e metaforico. Gli zombies di Robert Rodriguez non sono quelli di George A. Romero.

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Gli assedi – La notte dei morti viventi di George A. Romero

5 Marzo 2007 1 commento

Il film che probabilmente trasmette meglio il senso tipico di isolamento dovuto ad un assedio è «La notte dei morti viventi» (1968), esordio low-low budget di George A. Romero. I sette protagonisti rinchiusi in casa non sanno niente di niente su quanto sta accadendo. Non sanno il perché delle aggressioni, non sanno se sono un fenomeno isolato o diffuso. Solo la radio e la televisione che trovano nell’abitazione gli daranno delle risposte. Sono questi due mezzi di comunicazione i loro unici contatti con il mondo esterno.

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Quando l’horror e la fantascienza si impegnano

8 Ottobre 2006 Commenti chiusi

L’horror e la fantascienza non sono sempre spettacoli di puro intrattenimento. Spesso possono essere delle feroci metafore del mondo in cui viviamo. Già nel 1956 Don Siegal con L’invasione degli ultracorpi aveva dato prova di questo potenziale narrando una storia in cui le paranoie della guerra fredda venivano metaforizzate. L’idea di un’invasione aliena che sostituisce le persone che si addormentano con delle copie prive di personalità, non poteva che essere una metafora della paura americana che il nemico fosse già lì camuffato. L’horror dal canto suo ha provato a trasmettere questi tipi di disagi in pellicole famosissime come The Fog (1980) di John Carpeter. La storia di The Fog parla di una cittadina che festeggia il proprio centenario è che viene "attaccata" da una nebbia luminosa contenente degli zombie che uccidono alcuni cittadini. Nel corso del film si scopre che la città è stata fondata uccidendo e derubando dei lebbrosi che a distanza di cento anni tornano per reclamare vendetta. È chiaro che il film vuole essere una metafora degli indiani d’America. Basti pensare che gli Stati Uniti erano ancora freschi di festeggiamenti per il duecentenario della dichiarazione d’indipendenza (1776-1976). Qualche anno dopo anche Wes Craven prova a cimentarsi con paure più terrene con il cult Nightmare: dal profondo della notte (1984). Qui un pedofilo ucciso dai genitori delle sue vittime torna come spirito per completare quello che aveva iniziato. I bambini che non ha avuto il tempo di uccidere quand’era vivo sono adesso grandicelli e non sanno niente di quanto accadde anni prima. Hanno tutti un incubo ricorrente e comune: un uomo sfigurato e con degli artigli al posto delle dita che li vuole uccidere e se ci riesce si muore per davvero. Wes Craven con questo suo film riprende la lezione degli ultracorpi e la modernizza. Se prima bastava addormentarsi per essere sostituiti da una copia senza sentimenti, adesso basta addormentarsi e avere l’incubo giusto per rimetterci la pelle. L’idea di essere attaccati nel momento in cui dormiamo nasconde la paura sulla nostra vulnerabilità in certe situazioni. Quando dormiamo siamo o non siamo indifesi? Sempre John Carpenter in Essi vivono (1988) ci dice che si può dormire quanto e quando si vuole perché gli alieni sono già lì da molto tempo, per vederli occorre mettersi un paio di occhiali e scoprire che essi hanno occupato tutti i posti strategici della società. Non solo sono perfettamente camuffati ma anche perfettamente integrati. In un post precedente accennavo al film di Peter Bogdanovich Bersagli (1969). In questo film, interpretato da Boris Karloff, un ragazzo di buona famiglia decide un giorno di giocare al tiro a bersaglio umano. Lo fa prima da sopra un gigantesco container sparando agli automobilisti, poi si reca in una sala cinematografica e inizia a farlo sul pubblico di una prima di un film dell’orrore. Se anche un ragazzo di buona famiglia si mette in testa di uccidere chi vuole allora è l’anarchia! Anche il protagonista di Arancia Meccanica (1971) è di buona famiglia e di buona cultura eppure nonostante anche le attenzioni dei genitori sceglie una vita all’insegna della violenza. In quanti film dell’orrore il vero mostro è in realtà l’uomo e non la creatura che spesso chiede solo di essere lasciata in pace? “Frankenstein” (1931) di James Whale si mostra simpatizzante per la creatura più che per lo scienziato. Anche “Il mostro della laguna nera” (1954) è un perseguitato solo perché si trova lì da prima ed è più antico. Lo stesso vale per i protagonisti di Freaks (1932)diretto da Tod Browing: anch’essi sono le vittime dell’intolleranza e della cattiveria di Cleopatra ed Ercole, e per questo la pagheranno carissima. Il film è uno splendido invito a tollerare gli altri ed è anche una riflessione su noi stessi che non può che finire con un mea culpa. Pensiamo adesso un attimo al significato moderno della parola vampiro inteso come persona o istituzione che attira a se, risucchia, deruba. Quando nacque il cinema questo significato metaforico andò ad indicare una donna che usa il suo fascino per attirare e rovinare gli uomini: la così detta vamp. Ancora, ne Il gabinetto del dottor Caligari di Robert Wiene, film del 1919, si affrontano due paure tipicamente moderne: la prima riguarda la paura che degli estranei possano invadere il nostro mondo sicuro e distruggerci (il dottor Caligari e il sonnambulo Cesare sono attori itineranti che arrivano da fuori); la seconda la paura è che l’emarginato sociale possa insorgere contro il sistema costituito (Caligari si vendica del segretario comunale che lo disprezzò). Sugli emarginati sociali ha fondato tutta la sua poetica Tim Burton. Prendete Duel (1971) di Steven Spielberg (tratto da Richard Matheson) e vedete il camionista come il proletario, allora è chiaro che l’automobilista occuperà il ruolo del borghese. Abbiamo accennato al Frankeinstein di James Whale, lo scienziato che pur di emulare dio dimentica le sue responsabilità di cittadino e di essere umano. C’è anche un altro tipo di scienziato che è quello inconsapevole di essere servo di qualche autorità politica come Rotwang in Metropolis (1927) di Fritz Lang. Peggio accade in Hallucination (1963) di Joseph Losey dove burocrazia e scienza stringono un patto distruttivo. Per finire gli zombie di La notte dei morti viventi (1968) non sono tornati in vita grazie al voodoo, come nei film Ho camminato con uno zombie (1943) e Il serpente e l’arcobaleno (1988), quanto piuttosto a causa di un misterioso incidente. Insomma, l’horror e la fantascienza quando sono di qualità fanno anche riflettere oltre che far saltare dalla poltrona.

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