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Quando siamo noi gli invasori

26 Febbraio 2007

Nel film La Terra contro i dischi volanti abbiamo visto un esempio di invasione da parte di forze sconosciute e tremende. La storia del cinema ci ha deliziato anche con pellicole che partono dal concetto opposto. Già nel film Freaks (1932) di Tod Browing Cleopatra ed Ercole invadendo con prepotenza nel mondo dei fenomeni da baraccone fanno una brutta fine. In quest’opera maledetta, che costò al regista la carriera dopo il successo di Dracula, i freaks, mostri solo apparenti, si ribellano alla cattiveria degli umani, i veri mostri del film. Per la prima volta i ruoli si scambiano. Per la prima volta il cinema ci vuole insegnare che l’apparenza inganna. I freaks hanno motivo e ragione di uccidere perché quello che Cleopatra ed Ercole gli hanno tolto è la loro dignità. Questo e altri motivi, tra i quali il fatto che il regista ha voluto utilizzare veri scherzi della natura come attori, ha fatto guadagnare alla pellicola la nominata di opera maledetta. Ci sono casi però in cui i protagonisti sono invasori inconsapevoli. Con il film Gli invasati (1963). Il regista Robert Wise (ha diretto il citato Ultimatum alla Terra e il musical West side story, oltre al gioiello Andromeda che parla di un virus alieno e il primo Star Trek) mostra una serie di persone in una casa infestata da fantasmi cadere vittima delle proprie paure e delle proprie suggestioni. Qualcosa di simile accade anche ne La casa dei fantasmi (titolo originale House of haunted hill, 1959, regia di William Castle, con Vincet Price). Anche lì la suggestione, non solo dello spettatore ma anche dei protagonisti, svolge un ruolo importante. Alla fine di questo tipo di pellicola rimane quindi il dubbio. C’erano veramente i fantasmi? Nel film Poltergeist di Tobe Hooper (1982) protagonista è una tipica famiglia americana che si trasferisce in una nuova casa, in un nuovo quartiere. Il capofamiglia è il venditore immobiliare di punta dell’azienda proprietaria delle nuove case. Ben presto si accorgono che la loro nuova abitazione è infestata mentre quella dei vicini no. I fantasmi rapiscono la loro figlia più piccola. Chiamano scienziati ed esperti del paranormale. Scopriranno che il motivo di queste manifestazioni è da attribuire all’uomo. Nei film King Kong di Merian C. Cooper e Ernest B. Schoedsack (1933) e Il mostro della laguna nera (1954) di Jack Arnold l’uomo scopre qualcosa che è più antico dell’uomo stesso. Qualcosa che si trova lì da prima di lui. Lo cattura e lo pone all’attenzione del pubblico. Anche qui le conseguenze saranno disastrose. La creatura catturata dimostrerà meno cattiveria degli uomini, e la violenza che manifesta è solo dovuta alla cattiveria umana, che manipola e sfrutta la creatura oltre ad ucciderla spesso e volentieri. Ciò che è primordiale fa paura e per tanto va isolato. Ciò che è più antico di noi non deve vivere più tranquillamente, deve essere sfrattato e ucciso al più presto, non prima di essere umiliato e spaventato. Non prima di farci due soldi o due esperimenti. Se la zona che sembra inesplorata nasconde antiche creature è compito del cattivo civilizzato ripulirla. "Deportare" la creatura in un mondo civilizzato che non conosce accresce l’empatia nei suoi confronti da parte del pubblico. Ecco perché un film come King Kong è innanzitutto un film drammatico. Come a volersi vendicare per questi primogeniti che l’uomo tecnologico scova e gli uccide, la natura si vendica scatenando uragani, terremoti, incendi, disgeli, animali innocui che diventano violenti, risvegliando creature preistoriche decisamente più ignoranti di dieci Kong messi insieme. Un’invasione in un territorio già occupato da qualcuno o qualcosa è al centro anche del film di John Carpenter The fog. Gli zombi nascosti nella nebbia luminosa che avvolge improvvisamente Bodago Bay altri non sono che i fantasmi vendicativi di una colonia di lebbrosi uccisi e derubati per costruire la città. Quando dei ragazzi in vacanza si perdono per strada o hanno bisogno di aiuto perché la loro macchina è in panne la situazione per loro non si può dire che migliori. Quello che di solito accade è che una famiglia pazzoide li faccia a pezzi. Non aprite quella porta di Tobe Hopper (1974) è l’esempio più lampante, ma vale la pena di ricordare anche Le colline hanno gli occhi di Wes Craven (1977) e il poco noto American Gothic (1988) di John Hough con Rod Steiger e Yvonne De Carlo. Recentemente il musicista Rob Zombie ha contribuito al tema con i suoi film La casa dei 1000 corpi, quasi un remake di Non aprite quella porta, e il suo seguito La casa del diavolo. Secondo questi film negli Stati Uniti sembrerebbe esserci la più alta concentrazione di famiglie assassine, ecco allora a smentire la teoria il violento Wolf Creek di Greg McLean (2005) ambientato in Australia. Sempre dall’Australia arriva il film di Peter Weir Picnic ad Hanging Rock del 1975 dove una natura misteriosa e da capogiro rapisce delle giovani invadenti fanciulle. Insomma, accettare un invito a cena in un luogo isolato non è furbo, lasciarsi aiutare da un estraneo è da pazzi, comprare una casa solo perché costa poco è da sprovveduti, usare la tecnologia per eliminare ciò che è più antico è moralmente inaccettabile e le conseguenze si faranno sentire presto. L’unica cosa da fare sembra essere quella di rimanere chiusi in casa sperando che nessuno ci venga ad invadere. Ecco allora a smentirci L’esorcista di William Friedkin (1973). Il demonio, liberato in un luogo del terzo mondo, raggiunge New York dove si impossessa di una bambina dalla madre laica e le idee liberal (dice le parolacce davanti alla figlia senza problemi). Non c’è scampo…
Link: Quando l’horror e la fantascienza si impegnano.

 

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